Il post perfetto su Facebook.

Esiste il post perfetto su Facebook? Ho voluto provare a dare una risposta, usando alcuni accorgimenti che potranno essere utili a molti, almeno credo. La ricerca del post perfetto su Facebook è un pò come una chimera, un animale mitologico. Le cose certe però ci sono e proverò a spiegarle nel miglior modo possibile per un post da mettere su Facebook .
Post perfetto su Facebook Quelli che vanno per la maggiore, sono i post su Facebook divertenti, quelli dove poi l’interazione con i propri fan inizia con un sorriso sulle labbra. Abbattere le difese di protezione che solitamente attiviamo davanti ai post pubblicitari, calano se l’ingresso alla comunicazione è l’ironia.
Secondo alcuni c’è un orario sbagliato per i post su Facebook, io però non sono d’accordo. O meglio, è utile usare il buonsenso in questi casi. Un post che funziona bene su Facebook è palese che no debba essere pubblicato quando non ci sono FANS attivi e quindi dipende molto dal proprio target di riferimento.
Probabilmente ci sarà qualcuno che si chiederà come si crea o come si scrive un post su Facebook, ma per rispondere a questa domanda bisognerà iniziare a raccontare cosa è Facebook e quindi lo invito a cercare altrove questa risposta.
Se la state cercando, troverete informazioni su come scrivere un post su Facebook qui, ma io qui voglio parlarvi invece di come scrivere un post divertente su Facebook. Esistono delle gallerie di post su Facebook che vengono raccolti da molti autorevoli siti in cui sono presenti i migliori post su facebook da parte delle aziende.

Attenzione: questo post è profondamente un esperimento seo. Nasce per testare una modalità di scrittura e monitorarne gli effetti sui motori di ricerca.

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Lo IAB Forum e il circo del Digital Adv italiano.

Mi ha colpito uno status di Gianluca Fiorelli, Seo internazionale noto per gli speech in diverse conferenze e per scrivere su Moz.com. Cosa dice? Ve lo riassumo molto sinteticamente: “Per andare a parlare al Iab Forum le aziende pagano. E’ come comprare link per posizionarsi più in alto.”

Cosa significa? Che le aziende che occupano gli spazi degli speech e conferenze, pagano una fee all’organizzazione dello IAB Forum. Se pagano, significa che il loro intervento è pubblicitario. Se è pubblicitario, cosa può esserci di formativo? Ecco, la risposta più ovvia è NULLA.

Tutto corretto, il principio non fa una piega, se non per il fatto che lo IAB Forum non è un evento formativo e non cerca neanche di posizionarsi in quel settore. Lo IAB Forum per come ho avuto modo di averne esperienza è più un HUB, è un crocevia tra big agency, big brand e big spenders. Tutto questo big, fa si che le aziende che vogliono presentarsi paghino per salire sul palco e dire: “Hey, noi siamo fighi, i vostri badget in digital per il 2016 dateli a noi che sappiamo esattamente cosa farci.

Ma il plus non è solo il palco, ma sono le relazioni, le strette di mano e gli scambi di contatti, questo è vero plus dello IAB Forum: un circo dell’advertising italiano.

Al Convegno GT o al Be-Wizard ci vanno operatori del settore per imparare e discutere su temi operativi, allo IAB ci vanno commerciali in cerca di opportunità.

 

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Il caso Melegatti, visto con gl’occhi di un markettaro.

Oggi tutti a parlare del caso Melegatti sui Social, un caso davvero singolare e per certi versi emblematico per almeno due aspetti moderni.  Non sarà facile spiegare quello che per la testa mi è passato, ma ci provo lo stesso, sperando nella comprensione dei miei 12 lettori.

Questione professionale del caso Melegatti.

La storia è questa, nella mattinata sul profilo di Facebook della nota azienda dolciaria Melegatti compare un post con una immagine. Quella che trovate di seguito:

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Apriti cielo.

Sono cominciate ad arrivare centinaia di commenti esterefatti di fans e non fans, la cosa diventa virare e in tutti i gruppi social si discute di questo “svarione”, ma il vero capolavoro è quello che succede successivamente. Infatti viene rimosso il post incriminato e appare questo:

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Uno dei fatti più incredibili che mi posso ricordare in cui un “licenziamento” in tronco viene annunciato su Facebook.  Si ok, non è un vero licenziamento, si tratta della perdita di una importante commessa per l’agenzia digital (forse…) che seguiva la presenza social di Melegatti. Qual’è stato l’errore più grossolano compiuto dall’improvvisato Social Media Manager? Aver toccato un argomento di quelli che non devono essere mai toccati, come le questioni etiche, le questioni religiose o le questioni politiche. Ci sono temi che è sempre meglio non trattare se non si vuole finire in un vortice dantesco.

Gli errori professionali non finiscono qui però, ne possiamo trarre almeno 4:

  1. Mai toccare argomenti sensibili;
  2. Mai non concordare prima le uscite;
  3. Mai improvvisarsi Social Media Manager;
  4. Mai fare a meno della gestione della crisi.

Ora quello che è fatto è fatto.

Senza poi andare nella qualità della comunicazione espressa da Melegatti ultimamente, dal panettone di Scanu a messaggi social davvero da “mio cuggggino mi fa il sito”, al livello grafico delle immagini utilizzate.

https://www.facebook.com/Melegatti.it/photos/a.380847188607556.108657.376953885663553/1284913984867534/?type=3

https://www.facebook.com/Melegatti.it/photos/a.380847188607556.108657.376953885663553/1283597721665827/?type=3

Questione sociale del caso Melegatti.

La questione sociale che però mi ha colpito particolarmente è il fatto che non si può scrivere pubblicamente di certe idee che subito si solleva la voce dei liberali illiberali. (una nuova categoria sociologica mica male).  Siamo arrivati ad una censura delle idee da parte di chi si vanta di difenderle tutte. Oggi un brand (ma anche prima, ricordate il caso Barilla?) è costretto ad omologarsi per fare comunicazione di massa.

 

 

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SemRush sta facendo solamente Content Marketing e Influencers Marketing.

Meno di 24 ore fa ho scritto un post che ha generato un vero putiferio, passata la notte e dopo aver letto alcune considerazioni di professionisti che stimo mi è apparsa la visione. Come sempre accade, allontanandosi si ha una visione più ampia.

L’antefatto.

Dopo molti anni di frequentazione del Web Marketing (credo che questo anno festeggierò il 14’esimo anniversario di attività legate al posizionamento dei siti web e al web marketing in generale) ho cominciato a nutrite una profonda avversione verso il fuffesco, verso il poco trasparente, verso le markette. Perchè? Probabilmente perchè mi sono stufato di comprare e vendere elogi, comprare e vendere recensioni di prodotti di cui non me ne sarebbe importato nulla se non ci fosse stata dietro una transazione economica. Di scrivere e far scrivere di aziende, prodotti, servizi sotto remunerazione per il solo scopo di convincere un cliente, la nicchia di mercato o il target di riferimento (scegliete voi il termine che solitamente usate, è lo stesso.) Da questo antefatto, molto probabilmente partirà il prossimo post che ho già in bozza. Ma per ora finiamola qui.

Il fatto.

Il noto tool SemRush ha cominciato a ingaggiare SEO italiani per promuovere il proprio prodotto, ho scoperto solo ieri che esiste anche un Brand Ambassador che si occupa di scrivere per il loro blog italiano. Il post di ieri sembrava rivolto proprio contro il Brand Ambassador e in difesa di un altro tools seo nostrano: SeoZoom. Ma non è affatto così. E’ stata solamente una mia pessima interpretazione dei fatti viziata dalle opinioni personali sul prodotto e su chi ne parlava così tanto.

SemRush organizza webinar e fornisce contenuti, di cui ammetto di non averne visto nemmeno uno ma provvederò, che a detta di molti spaziano da un livello più semplice a qualcosa di più approfondito.  Nel post di ieri, che ha avuto una miriade di letture e di commenti sia sui social che qui sul blog, sembrava che puntassi il dito contro i seo vicini a SemRush, ma non era questa la questione del mio post.

Cosa fa SemRush o i Seo che ci collaborano di così tanto sbagliato? Nulla. E’ marketing, è mercato.

SemRush sta facendo solamente il suo lavoro lato marketing: crea relazioni. Ora, come queste vengono create fa parte della storia della pubblicità e delle più comuni attività PR “da quanno l’omo inventò er cavallo!” (cit.)

Cosa è il Content Marketing?

Il Content Marketing è una strategia di marketing che tramite la qualità dei contenuti forniti gratuitamente (post sul blog, video, webinar, ebook, ecc.) riesce a convogliare un pubblico che poi è pù facile far diventare cliente. (c’è questo libro davvero interessante sul tema: Content Marketing: fare business con i contenuti per il web, di Ann Handley)

Cosa è l’Influencers Marketing?

Le aziende ingaggiano persone con un notevole seguito sul web, che sono “rilevanti” per la propria comunity. Questo ingaggio fa si che il personaggio associ la sua immagine a quella dell’azienda committente. Di solito c’è una remunerazione dietro. Si, c’è una moneta che circola, non obbligatoriamente si tratta di vil pecunia, ma può prendere la forma della visibilità o della crescita del proprio Personal Brand che poi dopo può diventare strumento per fatture più numerose o più pesanti. Nulla di nuovo, nulla di sbagliato.

Quindi rinnego tutto quello che ho scritto ieri?

No, non lo rinnego ma lo re-interpreto, l’ho spezzettato in due questioni. La prima appena scritta e la più consistente sta facendo nascere il prossimo post, che forse mi taglierà le gambe professionalmente?

Cosa rimane quindi? Direi che quello che può tranquillamente rimanere sia l’esempio delle attività di Content Marketing e Influencers Marketing che SemRush sta gestendo per entrate prepotentemente nel mercato italiano.

 

 

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Semrush si sta comprando metà dei Seo italiani?

Le Digital Pr sono il mio pane quotidiano, of course, ed è facile notare quello che sta accadendo a molti Seo italiani negl’ultimi mesi. Un noto tool SEO, chiamato SemRush, da quando è entrato nel mercato italico sta praticamente monopolizzando le discussioni a tema tools seo. Quelli di SemRush non sono certo scemi o novelli del settore ed hanno applicato una sapiente opera di Digital Pr o Influencers Marketing sui seo italiani, dandogli premi, facendogli fare video, articoli, post e webinar vari.
Cosa c’è di male? Nulla, assolutamente nulla.

Fa parte delle regole del gioco, ma io sono uno di quelli che oltre a fare SEO mi occupo di Web Marketing a 360° e quando si fa pubblicità senza un minimo di WOMMA (o chiamatela etica o chiamatela anche “palesate che vi pagano“) la storia prende un’altra piega.

Nel corso degl’anni ho usato una miriade di strumenti Seo che potevano essere utili per seguire clienti o le aziende per cui lavoravo, da Advanced Web Ranking a SemRush stesso, da My-Rankinity a SeoSuite e il nuovissimo SeoZoom realizzato dai ragazzi di SeoCube di Napoli, ed è quello su cui sto al momento gestendo la maggior parte dei progetti che seguo.

 

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Questo post non vuole essere una guida su quale sia migliore e neanche evidenziare come SemRush stia facendo Brand Adv su SeoZoom, ma solo segnalare ai miei 12 lettori di fare attenzione alle roboanti attività di molti seo italiani che stanno pubblicizzando SemRush, perchè non lo dicono per aiutare la comunità Seo nostrana, ma solo per guadagnare commissioni sul loro conto Paypal.

IMPORTANTE: non  ho ricevuto soldi da parte di Apple ne da SeoZoom.

 

 

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Vi presento TrendsExplosion.com

Mi sono sempre divertito molto a creare mashup che potessero non solo essermi utili per il lavoro, ma che lo potessero essere anche per altri. Da questa passione è nato TrendsExplosion.com, si tratta di un servizio web che acquisisce in tempo reale i Trends in Italia di Google, quindi tutte le ricerche emergenti delle ultime due ore. Successivamente queste parole così tanto cercate, possono essere “esplose” con l’ausilio di Google Suggest, il suggeritore di Google che si attiva quando cominciate a scrivere una parola sulla barra di ricerca.

 

A chi può essere utile TrendsExplosion.com?

L’ho pensato per chi deve generare contenuti per il proprio sito web e sta cercando una serie di informazioni:

  1. cosa stanno cercando gli utenti online;
  2. come stanno cercando gli utenti online;
  3. che informazioni posso inserire nel contenuto che sto per scrivere.

A queste tre domande, TrendsExplosion.com riesce a rispondere in maniera abbastanza intuitiva.

Dalla home è già possibile scroprire i Trends del momento, cioè quali sono le ricerche più effettuate dagli utenti di Google nelle ultime ore. Ognuna di queste ricerche o parole chiavi, possono essere esplose e vengono indicati i dati relativi al traffico approssimativo che Google assegna a queste ricerche.

 

 

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Non poteva poi macare ovviamente una sezione per la ricerca libera delle combinazioni di parole che vogliamo scoprire, uno strumento che potesse permettere di scoprire come gli  utenti online cercano informazioni relative ad un contenuto che vogliamo creare.

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E infine ho voluto creare la sezione “evergreen”, ovvero quelle ricerche che sono assolutamente le più voluminose, in termini di numeri generali:  come fare, cosa vedere, come cucinare, ecc. ecc. Anche in questo caso, i risultati che vengono mostrati sono soggetti ai trends del momento.

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Ora usatelo, strausatelo e fatemi sapere cosa ne pensate! Ad essere sinceri esiste anche la versione premium che permette di fare qualcosa in più e acquisisce anche i Trends di Twitter.

 

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I media non ci vogliono stupidi, ma hanno bisogno di soldi.

Sarà capitato a tutti, credo, di sfogliare lo stream di Facebook e trovare titoli di notizie su testate online che storicamente hanno avuto un’importante ruolo nella diffusione delle notizie nel nostro paese, certo con punti di vista diversi e con linee politiche ben definite. Il loro ruolo era quello di informare la gente della propria area politica/economica/sociale.
Tutto questo sta morendo. Non è colpa delle ideologie che stanno sparendo e che quindi non c’è più un pubblico di riferimento disposto a prendere per oro colato tutte le parole che il proprio quotidiano di riferimento, mandava in stampa la mattina. Non è neanche colpa del fatto che ora le notizie possono essere lette e acquisite senza più la necessità di acquistare quel giornale.

La colpa è nostra, è dell’utente medio, è dell’utente dei social, è colpa della pochezza intellettuale moderna, è colpa del modello di business della maggior parte delle testate editoriali online.

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Questo di Fanpage.it è un esempio del trucco usato da molte testate online per rubare visite verso il proprio sito. Il tasto che viene associato normalmente al Play di un video, in realtà è solo una immagine che una volta cliccata, spedisce l’utente sul sito della testata. Pensavi di vedere direttamente il video e invece ti ritrovi sul loro sito con la pubblicità ovunque.

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Questo invece quello che fanno altri giornali online, un titolo falso ma che genera la curiosità dei lettori. Questa nefasta tecnica di rubarci click, è costata a Il Giornale il mio seguirli, infatti non ho solamente tolto il “Mi Piace” per seguire le loro notizie, ma ho anche bloccato i loro contenuti in modo tale da non avere più nulla a che fare con loro.

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E in questa carrellata di esempi di attività social delle testate editoriali decisamente ingannatorie, ce ne sono altre che pur non ingannevoli denotano un cattivo trend dell’interesse nazional popolare: il “gattinismo”, e qui ci casca anche l’Adnkronos che racconta ai suoi followers e fans, come una gatta entra da un veterinario. Fantastico, no?

Pensate che ho dovuto cercare molto questi tre esempi? Assolutamente no, erano nel mio stream di Facebook proprio questa mattina. Ma perchè testate importanti fanno questo tipo di attività sui social?
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La questione è tutta da individuare in due aspetti dominanti: la profonda stupidità media della popolazione presente sui social e il bisogno di generare traffico sui propri siti da vendere a centri media e insersionisti pubblicitari. Si perchè non tutti gli utenti dei social lo sanno, ma visitando un sito web che espone banner pubblicitari si entra nel numero dei conteggi economici che le agenzie pubblicitarie corrispondono poi alle testate editoriali. Per farla molto facile: un banner è stato visto 1000 volte? Allora viene dato al giornale online 1€ da parte delle agenzie pubblicitarie. Quindi è facile capire che oggi i giornali non vogliono informare, o almeno principalmente, ma voglio generare traffico che gli viene poi ripagato dagli insersionisti pubblicitari.

Per lavoro mi trovo decisamente dalla parte di chi deve far diventare i siti remunerativi, ma personalmente scoprire da che parte si stà è davvero inquietante.

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Facebook Reactions: l’analisi del sentiment è servita?

Facebook è figo, diciamolo chiaramente e con tutta sincerità. Va bene dal cazzeggio al business e a volte sono fortissimi a mixare le due cose. Da questo presupposto credo che sia nata la nuova trovata di Zuckerberg.
Cosa sono le “Facebook Reactions”? Per il momento attive in test solo in Spagna e in Irlanda, sono dei pulsanti aggiuntivi al classico “Mi Piace”, che identificheranno ulteriori reazioni che quel post scaturisce negli utenti. Una implementazione di questo calibro non può nascere solamente per fare una cosa carina agli utenti, se siete d’accordo con questa basica affermazione, dobbiamo capire perchè è stata fatta. La risposta? Facile: Sentiment Analisys.
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Cosa è il Sentiment Analisys?

Ci sono aziende in tutto il mondo che stanno investendo migliaia di ore di sviluppo (e quindi soldi!) nel riuscire a fare un’analisi dei contenuti online per assegnargli un “sentimento”: positivo, negativo, indifferente, piacevole, noioso, ecc. ecc. Il motivo? Anche in questo caso è facile da comprendere, effettuare interviste campione per sondaggi, analizzare le opinioni delle persone su fatti di politica o sulla percezione dei Brand da parte dei consumatori è un business stratosferico.
Oggi funziona più o meno così: prendiamo il turismo, ci sono aziende che hanno realizzato uno spider che scandaglia Tripadvisor per catturare tutte le recensioni legate a luoghi, città o strutture. Questi dati vengono poi analizzati semanticamente, quindi cercando di associare con il vocabolario di riferimento i giudizi positivi, negativi, indifferenti ecc. ai luoghi o aziende ricettive. Il risultato è avere un dettaglio di cosa gli utenti pensano di quella città, di quella struttura o di qualsiasi cosa si voglia analizzare. (potete vedere ad esempio le due italianissime Travel Appeal di Mirko Lalli o Sociometrica di Antonio Preiti)
Ricerche di questo tipo costano molto.
Facebook ora ha la possibilità di recuperare tutti questi dati e fornire direttamente informazioni sul Sentiment, in maniera massiccia e globale.

Il sogno

Mi piace vedere che tipo di sviluppo sia possibile fare con le Api dei vari Social, ad esempio ho creato un servizio per agenzie giornalistiche e magazine online, che tramite l’interazione con le API di Google e Twitter, fornisce in realt time i trends online con relative ricerche correlate, in modo che i giornalisti possano generare contenuti che realmente sono cercati dagli utenti in quel preciso momento. Ora, tornando a Facebook Reaction e la possibile fruizione delle specifiche API, sarà possibile ad esempio sviluppare in house software di Sentiment Analisys senza dover imbattersi in quella complicatissima programmazione semantica degli spider dei vari tool oggi presenti sul mercato, che si sono dovuti basare esclusivamente su questo tipo di analisi. Fin’ora.

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La Seo serve a chi la sceglie.

Questa mattina nello stream di Facebook mi appare un post di Skande (al secolo Riccardo Scandellari) in cui in estrema sintesi afferma che la Seo (quindi l’immediata reperibilità di contenuti tramite i motori di ricerca) non sia più una priorità per chi li genera (blogger, ma anche magazine o giornali online) visto che le news hanno un lasso di vita brevissimo e la velocità di propagazione oggi è tutta merito dei Social. Inoltre aggiunge che solo i contenuti “evergreen” ha senso che abbiano una particolare attenzione SEO.
Concordo, ma con riserva. E non perchè il mio focus professionale sia proprio sulla SEO, ma per un diverso motivo che spero di riuscire a raccontare nelle parole che seguono.

Un case history reale: Social battono Search 7 a 3.

Facciamo un esempio di un portale di news con cui ho a che fare, quelli riportati sono i dati di Google Analytics degl’ultimi 50 giorni:
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Il traffico è generato prepotentemente dai social, circa il 70% infatti proveniene da Facebook. Può sembare quindi che Skande abbia ragione, da ricerche organiche provengono una minima parte degli utenti. Ma l’obiettivo era proprio questo.

Mi spiego meglio: un mio vecchio professore delle superiori oltre ad insegnarmi sistemi e la programmazione di base, mi insegnò una cosa, forse l’unica a dire il vero che ancora mi ricordo, che nella maggior parte dei casi la migliore risposta a qualsiasi domanda è: DIPENDE. Dipende perchè se non si hanno tutti i fattori di valutazione, non si può dare una risposta che sia sensata.
Ora, perchè questo ricordo delle superiori? Perchè la scelta o meno di generare traffico da Facebook o da Google è appunto una scelta che chiunque scrive sul web deve fare. Nell’esempio riportato sopra, la strategia era proprio quella di generare il maggior traffico dai social. Questo era esattamente l’obiettivo di marketing.

Se si vuole generare più traffico dai social, ci si attiverà per una serie di azioni di marketing e un piano editoriale che possa raggiungere lo scopo, se invece si vuole sfruttare il traffico gerato da Google, bisogna fare altre azioni di marketing e un piano editoriale diverso, anche e soprattutto con gli “evergreen” citati da Skande (stessa terminologia che uso anche io per questi specifici articoli che fanno parte del piano editoriale).

Qual’è la riserva quindi al post di Skande?

Un blog o giornale online (anche se sono dell’idea che chiunque abbia un sito web in fondo è un editore di contenuti, dal sito dell’idraulico a quello del Tour Operator) può scegliere la propria strategia di visibilità legata agli obiettivi di marketing e aziendali.
Affermare come fa Skande che:

A mio avviso, siamo in un’epoca in cui l’obiettivo più importante del contenuto è di diffondersi il più velocemente possibile e di propagarsi tramite le condivisioni, non certo quello di sedimentarsi nei risultati di ricerca.[http://www.skande.com/a-chi-serve-la-seo-201510.html]

gli rispondo con i Jarabe de Palo:

Generare contenuti per un diverso obiettivo.

Questo che riporto in seguito è lo screenshot degli obiettivi dell’ultimo mese di Google Analytics di un blog di un artigiano, uno che ha lavorato molto sulla Seo perchè il proprio obiettivo di marketing era la vendita di prodotti artigianali. Sono tutti provenienti dalla Search.

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Conclusione

Credo che ogni presenza digitale debba avere un scopo e per raggiungerlo bisogna scegliere gli strumenti e le strategie più adatte. Non esiste un’unica strada che porti in luoghi diversi.

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La fine della Parity Rate non è la panacea degli albergatori italiani.

Lo dico subito, ancora non è proprio una legge, fa parte di un pacchetto di emendamenti che sono passati alla Camera e devono ancora passare al Senato. Quasi sicuramente legge lo sarà a breve, inoltre l’Italia non è l’unica che ha avuto modo di discutere su questa obbligatorietà delle strutture ricettive (anche in Francia ad esempio è così). Ma cosa è questa Parity Rate? Per chi ovviamente non si è mai occupato di turismo provo a spiegarla in maniera facile e senza tanti giri di parole: la Parity Rate era una sorta di “cartello” che veniva imposto alle strutture ricettive per garantire che il prezzo delle camere fosse sempre lo stesso su tutte le piattaforme di intermediazione. Semplificando ulteriormente possiamo fare l’esempio che il Grand’Hotel Pippo se su Booking inseriva un prezzo a notte di 100€, lo stesso prezzo doveva essere riportato su tutti i siti intermediari e proprietari (Expedia, Venere, sito stesso dell’hotel, ecc.)
Ci sono stati albergatori che in questi anni hanno adottato sistemi un pò bordeline per svincolarsi, in particolare ricordo alcuni hotel di una catena alberghiera che seguivo che avevano implementato sul proprio sito un’area “membri” in cui gli utenti registrati accedevano ad un piano tariffario diverso.

Federalberghi esulta, ma mi domando per cosa.

Il problema degli albergatori è la Parity Rate? Ma non scherziamo. Semplicisticamente potremmo pensare che ora sarà una guerra ai prezzi, ovvero come presentare il prezzo più basso (facendo bene attenzione al revenue). Ma non è ribassando gli € di un prodotto turistico che si cambiano le cose. Dice bene oggi su Facebook l’amico, nonchè esperto di Web Marketing Turistico, Giovanni Cerminara:

“Spostiamo il focus dal prezzo al brand!!”

Google nel suo “The 2014 Treveler Road to Decision” mostra come gli utenti online effettuano la ricerca di soluzioni turistiche:

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Come indicava Giovanni Cerminara nel suo post su Facebook:

Dopo questa “vittoria” gli albergatori devono concentrarsi ancor di più sul brand, e sul proprio sito internet per migliorar l’esperienza di acquisto dell’utente che ad oggi posso dire con franchezza 1 sito su 3 non offre garanzie di sicurezza e solidità, tanto da spingere spesso l’utente a confondere ancora il sito internet con il portale booking.com
Il consiglio: concentrarsi su se stessi, migliorare il processo di acquisto, e di acquisizione. Spostiamo il focus dal prezzo al brand!! https://www.facebook.com/giovanni.cerminara/posts/10207728414631993?pnref=story

Sicuri che il Parity Rate sia stato il problema?

  • Quando gli utenti preferiscono prenotare sulle OTA perchè trovano più facile farlo da li, significa che il sito dell’hotel non è usabile e non permette di prenotare.
  • Se quando un utente cerca una specifica struttura e non trovandola è costretto a passare sulle OTA, significa che il sito di quell’hotel non reperibile online.
  • E se quando un poteziale cliente chiama un hotel per prenotare e gli si risponde: “prenoti su Booking” significa che il problema del settore non è assolutamente la Parity Rate.